Il 15 Ottobre 2026 possiamo partecipare a questo rito condiviso e diffuso, fermandoci per il tempo che vogliamo e terminando alle ore 12:00. Se hai solamente un minuto, inizia alle 11:59, se ne hai 15 inizia alle 11:45. Il suono delle campane a mezzogiorno sarà il nostro cronometro per terminare.
Nel tempo di silenzio possiamo:
Oltre al rito collettivo diffuso del minuto di silenzio di mezzogiorno, Il 15 Ottobre possiamo approfittarne per realizzare altre piccole-grandi azioni:
I testi delle novità possono subire modifiche, soprattutto nei primi giorni successivi alla pubblicazione, in base a nuovi spunti emersi o ad eventuali riscontri ottenuti. Tali modifiche non sono destinate a stravolgerne il significato, ma solamente a precisarlo ed integrarlo, mantenendo il pensiero di fondo dell'intero paragrafo.
Da sottolineare che, con il passare del tempo, ogni paragrafo può subire ulteriori ritocchi, e talvolta può essere eliminato se i nuovi contenuti o il contesto attuale lo rendono obsoleto.
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L'attivismo dei gruppi pacifisti ed antimilitaristi è molto legato alla simbologia della pace, come la bandiera arcobaleno e la colomba con il ramo di ulivo.
C'è forse una ragione di fondo che crea e mantiene questo legame: la bellezza di visualizzare un obiettivo in positivo, che dona piacere e benessere, come la parola Pace appunto, piuttosto che la negazione di qualcosa di terribile, che vogliamo eliminare, ovviamente la guerra. Questo concetto è innegabile, però purtroppo porta con sè grosse complicazioni su cui si rende necessario dirigere il dibattito pubblico.
Quando alziamo la bandiera della pace stiamo forse dichiarando che vogliamo che il nostro paese non partecipi ai conflitti, producendo ed inviando armi, ripudiando la guerra, così come recita la Costituzione Italiana? Ma in un contesto di guerra globale, è sufficiente preoccuparci solamente di "casa nostra"? E anche se per "casa nostra" intendessimo l'Europa intera, come possiamo ignorare il fatto che le bombe atomiche in mano ad altri paesi nel resto del mondo siano più di 10 mila?
Quando alziamo la bandiera della pace, stiamo invece comunicando che vogliamo che si fermino le guerre in tutto il pianeta? Il fatto è che potrebbero anche fermarsi tutti i conflitti armati sulla Terra, e tutti i Popoli certamente si rallegrerebbero del ritorno della pace. Ma sarebbe davvero la Pace? Se tutte le nazioni mantenessero i propri arsenali, potrebbero passare mesi, anni o decenni, non fa nessuna differenza, prima o poi i presupposti per il ritorno dei conflitti si verrebbero a ricreare. E allora, la Pace è solamente la pausa tra una guerra e la successiva?
"Se vuoi la pace prepara la guerra", dice compatta la propaganda che purtroppo ha il progresso cognitivo ancora fermo all'Impero Romano, a quando le guerre ancora si facevano a mano, emblematico esempio dell'enorme disallineamento tra il pensiero primitivo e la tecnologia futuristica. "Se vuoi la pace prepara la pace", si alza diffusa la risposta. Il conflitto è ormai innescato, chi è nel mezzo sta a guardare, poco a poco c'è chi incomincia a schierarsi da una parte o dall'altra. E così la parola Pace, una delle più belle dell'intero dizionario, viene strattonata, da destra a sinistra, dalla testa ai piedi, diventa il pretesto per inscenare un altro conflitto, l'ennesimo, purtroppo il più drammatico: quello che spacca in due la popolazione.
È necessario rendersi conto ed ammettere che alzare la bandiera della pace e proseguire le stesse modalità di rivendicazione contro la guerra rinforza questa frattura sociale amplificando il conflitto: non fa cambiare idea e crea distanza con chi pensa che le manifestazioni siano solo delle feste, che creino disturbi ed incidenti, che non servano a niente, che la guerra sia necessaria. È sempre più urgente provare nuove strategie e metodi per uscire dal conflitto cercando la via del dialogo con chi sostiene le politiche di guerra, e trovare modi per coinvolgere la grandissima porzione della popolazione che pur aderendo al pensiero pacifista non partecipa ai cortei.
L'unica vera Pace, intesa come interrompersi delle guerre, disarmo progressivo di tutte le nazioni ed assenza definitiva di conflitti armati è quella che verrà solamente dopo l'abolizione della guerra. È l'idea di Pace a cui inevitabilmente convergeranno tutti i gruppi e i movimenti pacifisti e successivamente le persone dell'intero pianeta. Se è per questo motivo che stiamo alzando la bandiera della pace, allora è necessario incominciare a riferirci a quest'idea con il termine di abolizione della guerra, che ammette una sola interpretazione. È ciò che avviene anche per il termine non-violenza: la descrizione di ció che vogliamo viene sintetizzata in maniera più efficace negando ciò che non vogliamo.
Cosa organizzare per il 15 Ottobre?
La risposta è: tutto quello che diffusamente e continuamente viene organizzato in Italia per la Pace e contro la guerra, ma tutto sincronizzato in un unico giorno. Azioni come sit-in, cortei, conferenze, collegamenti con persone e con altri luoghi, momenti di silenzio collettivi, laboratori per cucire bandiere bianche, installazioni ed azioni artistiche, concerti, flash-mob..
Ogni individo e gruppo può organizzare e partecipare a ciò che preferisce.
Come organizzarci?
Il 15 ottobre non ha nessun coordinamento. Partendo dall'idea di coinvolgere l'intera umanità per abolire la guerra, può esistere solamente una maniera di poterci organizzare in un'azione popolare che vuole arrivare un giorno ad essere planetaria: in maniera diffusa, semplicemente seguendo delle linee guida ed i suggerimenti che stanno emergendo dal dialogo e che possano rappresentare tutta l'umanità che non vuole vivere la guerra, portando avanti l'azione grazie all'iniziativa autonoma della persone e delle associazioni.
Perché non ci sono portavoce?
Per lo stesso motivo per cui non c'è un'organizzazione: partendo dall'idea di coinvolgere l'intera umanità per abolire la guerra, non è possibile per nessun essere umano ergersi a portavoce.
I testi scritti invece, come il Manifesto Universale o tutti i contenuti presenti sul portale, rappresentano il pensiero e le idee delle persone. Possiamo aggiornare i testi per approssimazioni successive integrando riscontri e punti di vista differenti, tendendo dunque ad un pensiero che sia condivisibile da tutte le persone che non vogliono vivere la guerra. A questa modalità di comunicazione possiamo dare il nome di "scrittura a risonanza collettiva".
La proposta del 15 Ottobre è portata avanti in questo modo. Eventuali domande di mezzi di comunicazione avranno risposta sempre con questo metodo, e verranno anche pubblicate sul portale. Le risposte resteranno e potranno essere raffinate, grazie al progresso cognitivo degli individui coinvolti ed all'aggiungersi di nuove persone.
Se riusciremo a scalare a dimensioni maggiori in termini di numero di persone che scrivono e numero di persone che danno riscontri, è tutta una scommessa che stiamo facendo insieme.
L'assenza di portavoce non implica che non ci possano essere persone che facciano propria la missione dell'abolizione della guerra, e si prodighino per divulgarla, dibatterla pubblicamente o veicolarla grazie all'arte. Anzi, questi profili sono estremamente necessari, ma qualunque dichiarazione viene rilasciata è da intendersi come personale, mentre la visione collettiva può solo emergere dai testi scritti che componiamo insieme.
Nota importante:
l'assenza di portavoce può inizialmente mettere in difficoltà. Ma la necessità di avere portavoce è un istinto "da tribù", dove persone carismatiche fanno da guida. Con la Seconda Rivoluzione Cognitiva (SRC) basiamo la nostra cooperazione sulle idee, quindi, sul pensiero, quindi sulle parole che ne sono la rappresentazione. Restano le persone carismatiche che fanno da guida, ma solamente a livello locale. Su scala globale, poco a poco impareremo a staccarci da questa necessità, perché per la nostra sopravvivenza fisica ed emotiva non ha più senso continuare ad alimentarla.
L'abolizione della guerra con l'Appello Universale del 15 Ottobre 2026 - FERMIAMO IL MONDO basa la cooperazione sul modello di scrittura a risonanza collettiva. L'ego, i personalismi ed istinti primitivi vengono costantemente evitati quando stiamo affrontando problematiche globali, in quanto in perenne contrasto con l'istinto di sopravvivenza della specie.
Possiamo chiudere le piccole attività commerciali.
Con scioperi degli studenti.
Con lo sciopero degli acquisti.
Con lo sciopero dei mezzi di trasporto, pubblici e privati.
Se gestiamo una pagina internet o un portale, possiamo oscurarla per un giorno.
Possiamo dichiarare al nostro mondo uno sciopero della fame per un giorno.
L'azione del 15 Ottobre 2026 non è convenzionale, ribalta l'usuale punto di vista perché nasce dall'iniziativa personale. Oltre ad attendere che tutti i sindacati raccolgano l'Appello Universale e si uniscano per dare forza all'azione come usualmente accade per gli scioperi, l'idea è andare oltre, grazie alla partecipazione di tutta la cittadinanza.
Se hai un bar, un ristorante, un negozio, una piccola attività, per un giorno hai la possibilità di tenere chiuso. Così facendo pregiudichi certamente la tua sopravvivenza personale, ma solamente del guadagno di una sola giornata di lavoro. D'altra parte però, dai un grande contributo per la sopravvivenza globale, che comunque riguarda la tua sopravvivenza personale, perché nessuna persona, nessuna organizzazione e nessun governo ci può assicurare il privilegio che la guerra debba sempre restare "a casa degli altri".
Puoi da subito scrivere su un foglio: "Questa attività rimarrà chiusa il 15 Ottobre 2026, per abolizione della guerra", o un altro messaggio personalizzato, ed appenderlo, in modo da favorire la diffusione dell'iniziativa.
Se invece sei un lavoratore o una lavoratrice dipendente, puoi proporre che l'attività per quel giorno chiuda. Se non chiude, puoi prendere un giorno di ferie.
È il numero che coincide con la metà del mese.
Per ridurre la distanza che li separa, il primo e l'ultimo giorno del mese dovranno andare nella direzione che porta verso il numero che sta dall'altra parte. I due numeri si incontreranno, appunto, nel 15.
In un conflitto, che io sia il 10 e tu il 20, noi l'1 e voi il 31.. perché non provare ad andare verso il 15?
La scelta del numero 15 per la data del 15 Ottobre fu un omaggio al movimento spagnolo del 2011 chiamato 15M o degli indignati.
Ora che sono passati 15 anni da quel 15 di maggio 2011 in cui ebbe inizio il movimento, abbiamo capito perché di quei mesi solo rimangono magici ricordi nei cuori di chi li ha vissuti, e nulla più.
Il 15M chiedeva un cambio nella classe politica corrotta che non ci rappresenta.
Ora stiamo capendo che non cambierà mai nulla se non siamo noi a cambiare.
Perché non poteva essere altrimenti.
La data venne fissata nel gennaio 2026. L'unica idea che avevamo allora era che per fermare la guerra era necessario incominciare a ragionare in termini globali. La primavera era troppo vicina, per un'idea così ambiziosa, aggettivo che spesso emergeva nei primi riscontri. L'estate? Non è una stagione propizia per un'azione di questo genere, visto che mezzo mondo già è in movimento per le vacanze, mentre l'altro emisfero è in inverno.
Non poteva che essere in autunno. 15 settembre, troppo a ridosso dell'estate. 15 novembre, troppo a ridosso dell'inverno.
15 ottobre, in mezzo all'autunno. 15 ottobre, sarà un giovedì, in mezzo alla settimana.
15 Ottobre 2026. Un giorno perfetto per incominciare a fermare il mondo.
Ogni idea, ogni progetto, ogni creazione ha bisogno di un nome. Ed ovviamente, anche ogni pagina web.
"Fermiamo il mondo" è una rivisitazione del "blocchiamo tutto" dell'autunno 2025. Ci si rese conto che per bloccare tutto era necessario puntare al mondo intero. Ci si rese conto che la parola bloccare aveva una connotazione comunque violenta, ci parla di un'imposizione. Era necessario contemplare il dialogo e la collaborazione. E così "blocchiamo" divenne "fermiamo", e "tutto" divenne "il mondo".
"Fermiamo il mondo" è stato scelto anche perché non contiene la parola guerra. Se la guerra è il contenuto, perché deve essere anche il contenitore? Meglio parole sognanti, che mettano in una prospettiva positiva quest'idea ambiziosa.
Utimamente c'è la sensazione che sia più una domanda: fermiamo il mondo?
Ma fermare il mondo richiama anche altre inquietudini parallele alle violenze disumane della guerra: il consumismo, il surriscaldamento globale, l'inquinamento, l'estinzione di specie animali e vegetali, squilibri negli ecosistemi, oltre alla tecnologia ed all'intelligenza artificiale.. tutto sembra ormai troppo.
Nel difficilissimo contesto in cui ora si trova l'umanità, seguendo l'ambiziosa idea di fermare il mondo ci rendiamo conto che non si trattava di una proposta infantile, ridicola o utopistica: in questo mondo che galoppa su di una tecnologia futuristica che evidentemente non siamo in grado di controllare globalmente, fermarci era l'unica proposta di buon senso che potevamo fare.
La dipendenza dalla violenza
Analizzando alcuni elementi che creano divisione ed amplificano il conflitto sociale è inevitabile rendersi conto di come la violenza si trovi su diversi livelli. I nostri comportamenti spesso nascondono violenza, anche se può essere sottile e bisogna allenarsi per individuarla.
Per arrivare a questo grado di consapevolezza è necessario del tempo e della volontà, e quello che succede in questo cammino è che progressivamente ci disintossichiamo. Ci rendiamo conto di come la violenza sia una vera e propria dipendenza, una vera e propria droga. Ci accorgiamo anche di quanto questa droga sia diffusa: nell'intrattenimento, come nei film, nei romanzi, nei videogiochi, o nelle notizie. Un individuo può provare un senso di piacere quando ne viene a contatto, in quanto può causare una scarica di adrenalina.
Può succedere ciò che accade con altre droghe: tornare a percepirla quando siamo sufficientemente disintossicati incomincia a darci fastidio, a darci una sorta di repulsione, di rigetto.
La violenza è una delle droghe più dannose per l'umanità. Come succede per tutte le droghe, è sempre una questione di dosaggio ed è sempre una questione personale. Ad esempio, non è l'alcol in sé a rappresentare il problema, ma è la quantità e la modalità con cui lo assumiamo. La questione è che al momento la dipendenza sociale dalla violenza pare essere alquanto elevata.
La scarica di adrenalina causata dalla violenza è una dinamica che si collega sempre con meccanismi di sopravvivenza primitivi. È necessario sostituire questi meccanismi individuali con istinti di sopravvivenza globali: in passato era necessaria per la nostra sopravvivenza, ora è uno dei motori della guerra che mette in pericolo la sopravvivenza della specie, e di conseguenza la sopravvienza di ogni singolo individuo.
Disontossicarci, abbassare il nostro livello di dipendenza dalla violenza è una nostra responsabilità. Ogni individuo può disintossicare solamente se stesso, ed il proprio personale miglioramento è di aiuto alla disintossicazione sociale dalla violenza. Non è possibile abolire la guerra senza che ci sia una presa di coscienza collettiva sulla dipendenza dalla violenza e senza che ci sia un impegno condiviso per ridurla.
La guerra è la massima espressione dei conflitti umani armati. Come possiamo pretendere che le nazioni interrompano guerre per avviare soluzioni diplomatiche, se nel nostro piccolo non riusciamo ad incominciare il dialogo su conflitti ben più triviali?
Quali sono i possibili elementi che creano divisione ed amplificano il conflitto sociale?
Soprattutto quando i cortei arrivano ad avere una grande partecipazione, possono essere usati per bloccare autostrade e ferrovie.
Si tratta di una tematica troppo complessa e delicata. Risulta doveroso mettere in evidenza solamente il fatto che creare disagi alla cittadinanza può esacerbare i conflitti sociali. Un'azione di blocco ad un'infrastruttura, realizzata come dimostrazione di forza per dare risonanza alle manifestazioni, può dare altri spunti di critica a chi già non vede di buon occhio le proteste.
Gli slogan possono essere fonte di grande divisione.
Ogni persona o gruppo ha il diritto di cantare i propri slogan, ma è necessario analizzare e ricordare il fatto che quando creano divisione stanno alimentando i conflitti sociali e, in senso lato, la guerra stessa. Quando cantiamo uno slogan, possiamo interrogarci chi possiamo infastidire, confrontarci con diversi profili di persone per vedere come lo slogan viene recepito.
Immaginando che siano tutti i popoli a cantarli, è possibile trovare degli slogan che possano essere ampiamente condivisi e non infastidire nessuna persona?
Una volta trovati, possiamo tradurli, cantarli e ballarli in tutte le lingue con tutti i ritmi del mondo.
Proposte cori universali:
(invia la tua proposta se ne hai una)
La guerra va fermata, la guerra va abolita
usciamo dal conflitto, è finita la partita
Bombe atomiche anche meno
Bombe atomiche anche no
Quindici ottobre duemilaventisei
Fermiamo il mondo noi ci siamo tu ci sei?
Ogni persona o gruppo ha il diritto di utilizzare gli strumenti che preferisce, ma risulta necessario citare gli effetti collaterali e confrontarsi al riguardo.
Anche se tematiche meno conflittive rispetto alle precedenti, anche petardi e fumogeni sono fonte di contrasti.
L'utilizzo di petardi crea grossi disagi a chi a casa ha animali domestici, a chi sta partecipando al corteo con il proprio cane ed infastidirà tutte quelle persone che hanno sensibilità e coscienza del fatto che anche gli animali selvatici vengono fortemente disturbati. I fumogeni, invece, possono creare difficoltà alle persone con problemi respiratori che stanno partecipando al corteo.
Fermiamo il mondo? Fermiamo la guerra? Anche meno.
Prima dovremmo cercare di fermare il conflitto tra chi ha la profonda necessità di una rivendicazione festosa e chi invece ha un forte bisogno di affrontare queste tematiche con serietà.
Siamo sulla stessa barca, quella dell'umanità che non vuole essere bombardata, che non vuole un'escalation nucleare, che non vuole vivere la guerra sulla propria pelle. È possibile risolvere con il dialogo questo radicato conflitto sociale, adottando diversi approcci per lo stesso obiettivo comune e talvolta facendo delle rinunce per poter coinvolgere chi ha metodi diversi.
Nelle manifestazioni c'è ANCHE la festa, è verissimo. Perché emerge la gioia di essere insieme per un obiettivo comune.
Ma una conferma del fatto che le manifestazioni NON C'È SOLO la festa, è proprio la proposta del 15 ottobre: nasce infatti da un convenzionale contesto di rivendicazione, ma che ha avuto un progresso cognitivo che l'ha portato ad essere quello che è oggi e che sarà domani. Non è nata dal mondo intellettuale. Non è sorta da chi gridava "andate a lavorare" mentre eravamo in piazza. È nata nel contesto dove c'era ANCHE la festa, a conferma dell'importanza di celebrare insieme, gioire in un rituale collettivo, anche se le tematiche sono serie. Non deve necessariamente essere così per tutta l'umanità, ma è un diritto che lo sia per chi vuole usare l'atmosfera festosa come modo di aggregazione. Perché suonare, mettere musica, cantare e ballare in un ambiente festoso sono tutte azioni non-violente, che servono a farci stare insieme. Perché per abolire la guerra, in fondo, l'elemento imprescindibile è uno solo: essere insieme.
La gioia sarà infinitamente più grande se riusciamo a lasciasci finalmente alle spalle questo vecchio conflitto sociale, imparando ad ascoltarci, ad accettare, assecondare e rivalutare le differenze come una ricchezza.
NOTA: È necessario menzionare il fatto che manifestazioni e cortei possono inevitabilmente creare disturbi al traffico e al vicinato, ma nelle stesse proporzioni rispetto ad altri eventi pubblici, come concerti e fiere.
NOTA 2: È necessario ricordare che un gesto apparentemente non-violento, può invece nascondere una sottile violenza: come mettere musica da potenti casse, ad alti volumi a cui ormai ci abbiamo fatto l'abitudine. È un comportamento aggressivo che nasce sempre dal potere tecnologico. Ogni individuo o gruppo ha sempre il diritto di mettere il volume che reputa necessario, ma è un fatto che è necessario menzionare. Ci possiamo rendere conto che si tratta di un gesto violento perché bambini e bambine spesso si tappano le orecchie.
Mettere musica ad alto volume pregiudica anche la musica suonata in acustico senza microfoni, quando viene messa appena prima di un concerto. Il suono proveniente dagli strumenti musicali ci sembrerà poco potente, ma il loro volume è sempre lo stesso, è la nostra percezione che viene condizionata dalla potenza delle casse che abbiamo ascoltato precedentemente.
Manifestare non serve a niente, il potere ce l'hanno loro. Frasi molto ricorrenti. Come è possibile dimostrare che il coinvolgimento cittadino ha un impatto tangibile sui vertici della politica? Possiamo riportare una lista di alcuni eventi significativi al riguardo?
Oltre al paragrafo "Cortei e manifestazioni sono delle feste" che in parte già risponde a questa domanda, la Seconda Rivoluzione Cognitiva (SRC) ci può fornire un altro esempio. La SRC da importanza ai gesti individuali, cambiando il micro, per ottenere l'effetto nel macro. Un singolo essere umano che vuole un mondo dove la guerra venga abolita può passare tutta la vita a studiare l'andamento delle guerre e non cambierà mai nulla, resterà spettatore o spettatrice di una macro dinamica. Con i nostri gesti non cambiamo la realtà complessiva, però possiamo cambiare la NOSTRA realtà.
Se vogliamo abolire la guerra, possiamo fare un gesto, semplice come appendere una bandiera bianca alla finestra. Non cambia nulla? È un'affermazione di fatto errata, perché ogni gesto ha delle conseguenze, ma bisogna valutarne l'entità e la proporzione. Ad esempio, prima o poi ci chiederanno il perché della bandiera bianca e magari sorgeranno degli scambi di opinioni riguardanti l'abolizione della guerra. È cambiato il mondo intero? Diciamo di un contributo talmente trascurabile che possiamo tranquillamente dire di no, esattamente come quando discutiamo di guerre e capi di stato. Ma ciò che è cambiato in modo NON trascurabile è il NOSTRO mondo. Quella bandiera diventa una presenza costante nella nostra vita, manifesta il nostro desiderio di abilizione della guerra a tutta "la nostra tribù" ed al nostro mondo (chi non conosciamo che passa sotto casa). Infine, sarà anche utile a ricordarci di uscire dai nostri piccoli-grandi conflitti, giorno per giorno.
Quando questo rivoluzionario processo cognitivo si innescherà in maniera notabile, molte persone capiranno l'importanza e la forza di questo semplice gesto ed alzeranno bandiera bianca alle proprie finestre. Ora già il discorso è cambiato in termini di scala. Le conversazioni incomincieranno ad essere molte. L'onda continuerà a crescere. Quando l'onda arriverà ad aver coinvolto una grande percentuale delle persone che non vogliono vivere la guerra ad appendere la propria bandiera, il mondo sarà cambiato: l'abolizione della guerra non sarà più un sogno, un'utopia, ma una concreta e tangibile necessità condivisa. Quello sventolare di milioni di bandiere all'unisono corrisponderà a milioni di confronti tra persone, tra collettivi, tra gruppi, tra associazioni, sindacati, enti, ed infine governi.
Manifestare il proprio pensiero serve, ha sempre un impatto sulla realtà. Il potere ha diversi livelli, solo che ci siamo persi a guardare il mondo intero e a delegare, dimenticandoci che possiamo cambiare il nostro mondo.
Apriamo questo lungo approfondimento specificando che per il 15 Ottobre 2026 qualunque bandiera o simbolo può essere alzato a sostegno dell'abolizione della guerra.
Ricercando un simbolo per l'abolizione della guerra, è stato spontaneo proporre la bandiera bianca. A questo punto c'è la sensazione che nessun simbolo che possiamo creare o rilanciare difficilmente possa essere così rappresentativo e raggiungere la profonda ed universale simbologia che sta emergendo con la bandiera bianca. Qualunque proposta di un altro simbolo che possa essere realizzato con facilità in tutto il mondo può comunque essere inoltrata e verrà collettivamente valutata.
Alzare la bandiera bianca non è affatto un gesto scontato, è un simbolo densissimo di simbologia, che insieme dobbiamo ricontestualizzare.
La bandiera bianca ha altri significati internazionalmente riconosciuti, ma ci parla in primis di resa. Perché sì, a questo punto del cammino dell'umanità ci sono ormai diverse ragioni per arrendersi:
È una felice coincidenza che, per dare un rinnovato significato a questo simbolo, i popoli chiamati ad alzare la bandiera bianca per primi siano proprio quelli chiamati "bianchi". In particolar modo gli Europei, che colonizzarono con enorme spargimento di sangue. Perché è proprio dall'Europa che parte questo appello globale.
La bandiera bianca ci insegna a guardare i dettagli che da vicino diventano enormi, mostandoci che in realtà non esiste nessuna persona bianca, come non esiste nessuna persona nera. Sono milioni le sfumature del colore della pelle di tutti gli esseri umani, che non esisteranno mai altrettante parole per descriverle, ma di certo ne esistono ben di più delle uniche due che abbiamo sempre usato e che sono sempre e comunque sbagliate: bianco e nero, nell'eterno conflitto della separazione binaria che esiste troppo spesso nelle nostre idee e nelle parole che le descrivono.
La bandiera bianca sembra rappresentare l'assenza di ogni simbolo, ed al tempo stesso la fusione di tutti i simboli. Porta dentro di sé tutti i colori: nasce quando l'arcobaleno della bandiera della Pace torna ad unirsi nuovamente creando il bianco della luce che l'ha generato. Torna a farci guardare i dettagli da vicino, perché lei, che vuole solamente abolire la guerra, per quanto possa avere un obiettivo così grande, è immensamente più piccolo della Pace. La Pace, come l'arcobaleno, ha infinite sfumature: non avremo la Pace anche quando avremo abolito la guerra, perché sono enormi le problematiche che l'umanità avrà ancora da risolvere. La Pace è un'utopia, un effimero equilibio ed anche una contraddizione, visto che possiamo raggiungerla, anche se per un attimo, persino in questo stesso presente di enormi difficoltà.
E così la bandiera bianca ci parla anche di filosofia, perché ci insegna che la Pace è oltre il conflitto, che può sembrare una frase banale ma non lo è affatto. Perché i conflitti sono ovunque, a scale diverse. Sono i contrasti, le divergenze, i disaccordi, sono nella vita di tutti i giorni. Se cerchiamo la Pace la possiamo trovare solamente se viviamo con bandiera bianca ben alzata sulle nostre idee, paole ed azioni, in una costante ricerca di uscita dal conflitto.
La bandiera bianca ci parla di bellezza, di decoro e di buon senso. C'è chi si domanda: "ma come diventeranno le facciate dei condomini con tutte le bandiere bianche?".
E lei, ondeggiando elegante, pare quasi scuotere la testa mentre si chiede: "ma come diventeranno le facciate dei vostri condomini e le vostre stesse facce, se in Italia arrivasse la guerra? Come diventerebbe la faccia della terra dopo un'escalation nucleare?".
La bandiera bianca non ha pretese, ci parla di semplicità. Non ha necessariamente bisogno di essere prodotta, trasportata e venduta per essere usata. Una bandiera bianca fatta in casa ci racconta di un'asta improvvisata e di un vecchio tessuto da anni chiuso in un cassetto. Ci fa quasi vedere quelle mani che si sono adoperate per esporla al mondo.
E così, la bandiera bianca ci fa capire che le parole sono necessarie, ma che non sono sufficienti. Per cambiare, sono necessari i nostri gesti. Che non possiamo solamente parlare, discutere, ascolare, capire, aspettare, scusare, delegare, firmare, sperare. Ma che è necessario anche fare.
La bandiera bianca alzata verso il cielo è un grande segno di fiducia nei confronti di tutta l'umanità, perché è un invito a capire l'importanza di questo semplice ma profondo gesto ed a rilanciarlo. Perché sì, è necessario "fare", ma diventa significativo solo quando diventa "fare insieme".
La bandiera bianca al vento ci insegna ad ascoltare i dettagli che stanno sotto la superficie, che vanno oltre la nostra idea personale. Quasi con un tono di dolce rimprovero sembra chiederci: "Ma come avete pensato di parlare di abolizione della guerra senza di me? Io, che solamente alzandomi verso il cielo, è da secoli che ho il potere di fermarla?".
La bandiera bianca ci ricorda un foglio immacolato che attende di essere scritto dall'umanità intera.
E citando il decimo articolo del Manifesto Universale del 15 Ottobre: "La bandiera bianca indica resa, negoziazione, tregua e cessate il fuoco. Quattro significati con un unico denominatore comune: fermare la guerra. La sua forza è il diritto di poter essere alzata in qualunque contesto. Quando tutti i Popoli alzeranno la bandiera bianca, l'umanità avrà sconfitto il suo nemico: la guerra".
Nella ricerca del simbolo per l'abolizione della guerra, ci arrendiamo dunque a tutta questa simbologia e alziamo bandiera bianca.
A questo punto, tu che leggi queste righe, se pensi che possa esistere un simbolo più adeguato, come già scritto, fai la tua proposta, verrà pubblicata e collettivamente valutata. Se invece senti che nessun altro simbolo possa essere altrettanto significativo per l'abolizione della guerra, concretizza il tuo desiderio nei tuoi gesti, alza la tua bandiera bianca, appendila al balcone, usala nel tuo profilo su internet, diffondi l'indirizzo del portale del 15 Ottobre.. perché per fermare il mondo non è necessario aspettare il 15 Ottobre.
Puoi FERMARE IL TUO MONDO adesso.
Per questa tematica, un esempio a cui possiamo fare riferimento è Wikipedia. Le politiche basate sul dialogo che permettono la crescita di un lavoro monumentale come un'enciclopedia realizzata da tutta l'umanità richiamano profondamente la guerra (esiste il concetto di Edit War, la guerra della modifica dei contenuti) e l'uscita dal conflitto. Se è possibile una descrizione enciclopedica del mondo realizzata dall'umanità intera, pensiamo che debba essere possibile realizzare anche una descrizione del pensiero umano condiviso e di obiettivi globali che insieme ci prefiggiamo.
Al di là dell'imbarazzante differenza di proporzione, storia e coinvolgimento umano tra Wikipedia ed il portale del 15 Ottobre, arriviamo ad una grande differenza di base: i testi realizzati sul portale del 15 Ottobre sono modificabili solamente da chi ha accesso al server, mentre su Wikipedia può farlo chiunque. È ovviamente possibile realizzare un'infrastruttura simile anche per questo portale, sarebbe sicuramente molto utile, trasparente, si potrebbero seguire le stesse politiche di Wikipedia e risolverebbe la critica che un metodo come quello proposto ha un'organizzazione verticista. Ma è davvero necessario? Abbiamo davvero bisogno che ogni individuo abbia gli stessi strumenti per modificare direttamente i contenuti sul portale? Siamo sulla stessa barca che vuole fermare la guerra, ed al momento è come se a poterla guidare siano solamente le persone che hanno accesso ai contenuti. Per partire per questo viaggio abbiamo davvero la necessità che tutte le persone abbiano "la patente per guidarla"?
Chi ha accesso al server non si trova in una situazione di potere, ma di dovere. La proposta del 15 Ottobre non ha un'organizzazione verticista perché i contenuti li decidiamo insieme, la porta è aperta a tutta l'umanità. Che la modifica, l'aggiunta o la cancellazione di testi avvenga con scambi di e-mail, telefonate, messaggi, incontri dal vivo, con altri strumenti condivisi online o direttamente in chiaro sul portale come succede per Wikipedia, di fatto sono questioni logistiche, importanti ma non fondamentali. Ciò che è imprescindibile è che ci sia la volontà, il dialogo e l'ascolto per creare contenuti condivisi.
Per quanto riguarda l'aspetto tecnico, è necessario tenere comunque in considerazione che la semplice struttura del portale permette la duplicazione immediata ed un'agile mantenimento su altri server in altri paesi, trattandosi solamente di documenti html. Un portale con basi di dati, utenti, storico delle modifiche, rende tutto tecnicamente più complesso per essere duplicato e gestito indipendentemente da altri gruppi in altri paesi.
Dobbiamo ammettere che gli unici elementi che vennero scelti a monte sono solamente due: "15 Ottobre 2026" e "FERMIAMO IL MONDO". Ci rendiamo conto solo a questo punto del cammino che forse avremmo dovuto aprire un server con una domanda aperta, per esempio "Come possiamo abolire la guerra?", e da lì intessere il dialogo e scegliere insieme la forma da dargli. Magari arriveremo un giorno a cambiare il dominio, ovvero il nome del server, abbandonando lo slogan "fermiamo il mondo" e l'idea di una giornata in cui fermarci. O magari semplicemente aggiungiamo un punto di domanda per intessere il dialogo: 15 Ottobre 2026, fermiamo il mondo? Magari un giorno implementeremo un'infrastruttura che permetta la modifica dei contenuti da parte di chiunque. Non lo sappiamo.
Quello che sappiamo è che lo decideremo insieme.
Iniziando a scrivere il Manifesto Universale, c'era la sensazione che la diffusione per questa ambiziosa idea dovesse in qualche modo distinguersi dalla modalità con cui vengono presentate le informazioni su internet. Le pagine web al giorno d'oggi sono un agglomerato di testi, immagini e video, tutto insieme. Pare che anche i libri di testo scolastici stiano incominciando a prendere questa forma, proponendo diversi contenuti parallelamente all'interno di una singola pagina. Questa deformazione è stata indotta dai dispositivi elettronici, dove l'abitudine è quella di saltare continuamente da un contenuto all'altro.
Tutta questa serie di stimoli sta facendo ridurre la nostra capacità di attenzione e, soprattutto, di comprensione del testo scritto. Ma il nostro pensiero è fatto di parole. Un'idea è un lampo, una luce che improvvisamente si accende nella mente, ma poi si trasforma in parole, ancora prima di confrontarci con le altre persone. Ogni individuo ha un costante dialogo interno, fatto sempre di parole.
È così che inevitabilmente il portale del 15 ottobre ha preso questa forma, come se fosse un libro, ma un libro vivente, perché i contenuti non sono statici, vengono aggiornati e raffinati grazie al dialogo tra le persone. Strada facendo si aggiungono tasselli, fatti per restare e per essere perfezionati, incastonandosi in un mosaico che prende forma e cresce nel tempo.
Grazie alla Seconda Rivoluzione Cognitiva, ora abbiamo capito anche perché siamo andati spontaneamete in questa direzione: l'istinto di sopravvivenza globale, della specie, sembra essere principalmente cognitivo. L'osservazione e lo studio di macro dinamiche nel tempo forniscono i dati che permettono di evidenziare le problematiche da risolvere a livello globale. È molto difficile percepire problematiche globali a livello delle persone, perché cambiano molto lentamente nel tempo e abbiamo una visibilità estremamente ridotta in confronto a tutto il pianeta. Il nostro istinto di sopravvivenza personale non è in grado di percepire i problemi globali, solo la nostra mente può farlo. Per tematiche globali è dunque possibile sovrascrivere cognitivamente istinti di sopravvivenza personali con istinti di sopravvivenza della specie. È un lavoro che possiamo svolgere solamente insieme, è un lavoro che va razionalizzato e discusso, continuamente e senza mai fine. È un lavoro che va fatto a livello cognitivo, con il nostro pensiero, quindi con le parole. Ecco perché le parole.
E perché sono così tante? Perché un'idea semplice, unirsi per abolire la guerra, declintata ad una realtà infinitamente complessa, non può far altro che prendere una forma estremamente articolata. Parole, parole, parole, che sono la rappresentazione della complessità del pensiero degli esseri umani e della realtà in cui viviamo.
Purtroppo o per fortuna, ci rendiamo conto che l'approccio cognitivo non funziona per tutte le persone, anzi: c'è chi non riesce ad affrontare certe tematiche e tende ad evitarle; chi non ha più le forze per farlo, ne ha fatte e viste già troppe e pensa che possiamo solo ritagliarci la nostra vita nostra "bolla"; chi non ha più la volontà di ragionare e sente solo il bisogno di agire; chi non trova il tempo per soffermarsi a leggere ragionando in profondità sui contenuti; chi scarta superficialmente tutta la faccenda, magari pensando che è un'utopia, che già debba esistere qualcosa di simile a cui bisogna unirsi, o mettendola nel sacco insieme a tutte le altre manifestazioni che non condivide.
È dunque necessario un approccio emotivo per aprire la porta a tutti questi profili. Così entrano in gioco immagini, video, installazioni, opere d'arte ed incontri nel mondo reale. Forse la comunicazione online di contenuti audiovisuali potrebbe anche risultare superflua: ogni persona è già sommersa da una quantità di comunicazioni di questo tipo che passano per dispositivi elettronici. Ciò che sicuramente è fondamentale, invece, è incontrarsi nel mondo reale, con semplici ritrovi come assemblee, sit-in o realizzando flash-mob.
In ogni caso, è stato fondamentale incominciare questo cammino con una solida base cognitiva. Ora però incomincia ad essere evidente che non è sufficiente. Senza dubbio la sfera cognitiva influenza anche lo stato emotivo: leggere è un'azione creativa, quando leggiamo immaginiamo, ed immaginando possiamo arrivare ad emozionarci. Ma è necessario l'approccio duale: comprendere e divulgare il 15 ottobre partendo dal contatto umano, dalle emozioni, per raggiungere successivamente la sfera cognitiva. Entrambi i lavori non avranno mai fine. Entrambi i lavori non sono lavori, perché ci ridanno fiducia, sono azioni che ci restituiscono la vita.
Chi scrive, aggiorna, si confronta, modifica, cura ogni singola parola sul portale, al momento pensa che per far partire l'approccio emotivo ed incontri nel mondo reale debbano arrivare maggiori riscontri, nuove presenze umane che sostengano l'iniziativa semplicemente dicendo "noi ci siamo", "io ci sono". Esattamente come solo altre persone possono avere l'iniziativa di proseguire parallelamente questo cammino in altri paesi. L'abitudine è ormai quella di aspettarci che organizzazioni dall'alto coordinino e gestiscano, ma in questa proposta c'è solo spazio infinito per l'iniziativa delle persone, che aggiungono il proprio piccolo apporto basandosi sull'idea di abolizione della guerra.
Nonostante le centinaia e centinaia di email inviate in Italia ed in qualche paese d'Europa e del mondo, per il momento il riscontro è davvero quasi nullo. Ciò nonostante continuiamo a sentire che la direzione non può che essere quella giusta. Quanto ci vorrà per un cambio di marcia, non ci è dato saperlo. Può trattarsi di settimane, mesi, magari anche anni. Ma questa grande incognita non ci impedisce di proseguire questo emozionante, profondo e sorprendente cammino.
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